Cosa c’è al posto dello Spazio Oberdan?

«Un social network che tutti dicevano di odiare ma a cui nessuno riusciva a smettere di loggarsi fu quotato in Borsa per un valore di circa cento miliardi di dollari, e il suo fondatore, con un sorriso smagliante, suonò in videochat la campanella di apertura degli scambi – un rintocco funebre per gli affitti accessibili a San Francisco. Duecento milioni di persone si erano iscritte a una piattaforma di microblogging per sentirsi vicine a celebrità e ad altri sconosciuti che nella vita reale avrebbero detestato. L’intelligenza artificiale e la realtà virtuale stavano tornando di moda, un’altra volta. Le macchine a guida autonoma erano considerate inevitabili. Tutto si stava spostando sul mobile. Tutto era nel cloud. Il cloud era un imprecisato centro di elaborazione dati nel cuore del Texas, nella contea di Cork o in Baviera, ma a nessuno importava. Si fidavano tutti lo stesso.»

La valle oscura – Anna Wiener

Entrando la prima volta da MEET non si ha subito l’impressione di essere in un luogo tanto diverso da un qualsiasi spazio artistico milanese. A destra il bar, a sinistra una vetrina costellata di cubi-sgabelli (che poi scoprirò servire per le esperienze di realtà virtuale), pareti adorne di poster e, di fronte all’ingresso, una lunga, imponente scala arancione. Accompagnata da Costanza Falco, responsabile delle comunicazioni del centro, percorro con calma la scala e scopro tutti i luoghi che si celano oltre i gradini colorati: al piano terra una cineteca per eventi e proiezioni, più su lo studio creativo, le sale espositive e infine la sala immersiva, il cui nome non è affatto scelto a caso.

Mi fermo al centro della sala immersiva più a lungo di quanto dovrei. Sono circondata da tutti i lati da immagini che si modellano e si dissolvono le une nelle altre, dando vita a quadri, frammenti, pagine, onde di colori che si susseguono con un’armonia impensabile a parole. Un impulso mi dice di sedermi a terra al centro dello spazio e restare lì fino a farmi addormentare gli arti inferiori; la voce della ragione, piuttosto flebile per la verità, mi ricorda che sono qui per un’intervista e che nel cercare di assorbire quanto sto vedendo ho già dimenticato un terzo delle domande che avevo in mente.

Quello che sto guardando è Reinassance Dreams, esposizione immersiva di Refik Anadol, media artist che proprio qui da MEET espone per la prima volta al pubblico italiano. Reinassance Dreams è il frutto di oltre un milione di immagini e testi elaborati tra il 1300 e il 1600: un gigantesco campionario artistico che Anadol ha dato in pasto agli algoritmi per ottenere così un flusso audiovisivo di 35 minuti, proiettato instancabilmente su ogni parete della sala immersiva. L’effetto è ipnotico.

Ho qualche idea – confusa e abbozzata – su quale sia l’esatto scopo dell’opera di Anadol; idee che  diventeranno più chiare durante la mia chiacchierata con Maria Grazia Mattei, fondatrice e presidentessa di MEET, oltre che critica d’arte, operatrice culturale ed esperta di innovazioni digitali sin dagli anni ’80.

Quando e come nasce MEET?

Lo spazio fisico di viale Vittorio Veneto, che ha preso il posto dello spazio Oberdan, è stato inaugurato nell’ottobre 2020, ma in realtà le attività di MEET sono iniziate ben prima, sia online che sul territorio, non solo quello milanese. MEET infatti vuol dire incontro: si tratta  di un progetto che nasce prima di tutto grazie al fortuito incontro con la Fondazione Cariplo, circa 4 anni fa, con la quale abbiamo avuto l’idea di affrontare il tema del digitale a tutto tondo per avviare una riflessione sugli elementi di criticità della tecnologia (che già si potevano intuire) ma anche che per provare a guardare a quest’ultima da  un punto di vista nuovo, non più tecnocentrico bensì umanistico. Per la prima volta volevamo porre la cultura –  in particolar modo l’arte – al centro del dibattito sul digitale.

MEET è anche in qualche modo l’erede di un programma intitolato Meet Media Guru (fondato nel 2005), un format di incontri a livello internazionale che negli anni ha raccolto intorno a sé  una community di 60.000 persone e coinvolto oltre 150 relatori esperti sul tema della cultura digitale, tra cui anche Zygmunt Bauman. Avevamo un claim che già rimandava a quello che è il senso profondo di MEET, “l’abbraccio” tra l’uomo e la tecnologia: Human meet digital, digital meet human.

Perché il focus sull’arte?

Il dibattito sulle risorse digitali è stato sempre affrontato da un punto di vista strettamente tecnico. A mio avviso, l’approccio culturale è invece la chiave vincente, quella in grado di avvicinare gli utenti più scettici, di dissipare i timori e quindi anche di invitare le persone a imparare più volentieri.

Prendiamo ad esempio il corner in basso, dedicato alle esperienze di realtà virtuale, ossia  qualcosa di cui hanno sentito parlare in tanti ma che poche persone hanno mai sperimentato direttamente. Quel corner è pensato per questo: avvicinare le persone alla tecnologia non con le parole, ma con l’esperienza. Un’esperienza in cui il visitatore non viene abbandonato in balia del visore ma è costantemente guidato, oltre che stimolato al confronto con gli altri partecipanti.

Anche l’esposizione di Refik Anadoll può essere letta in questo senso, ossia come un incontro positivo tra umano e digitale: ricorrendo in maniera creativa ad una tecnologia avanzata come l’Intelligenza Artificiale si è riusciti a cambiare il concetto di elaborazione artistica, di immaginazione. L’arte digitale ci è utile per ricordarci che possiamo scegliere di utilizzare le tecnologie anziché esserne utilizzati.

La tecnologia, come sappiamo, è vissuta in maniera molto diversa dalle varie fasce d’età: in che modo MEET ha adattato le sue attività ai vari target?

Abbiamo sempre avuto un uditorio trasversale e transgenerazionale, anche se sempre caratterizzato da grande curiosità, e questo ha fatto sì che le nostre attività si differenziassero di conseguenza.  C’è comunque uno zoccolo duro di membri della community che hanno un’età compresa tra i 30 e i 50 anni e che hanno dimostrato di essere i più attenti ai cambiamenti sociali derivanti dal diffondersi della tecnologia.

Con l’apertura della sede fisica vorremmo lavorare su più fronti: da un lato raggiungere i più giovani, a cui vorremmo trasmettere l’importanza del conoscere le radici del mondo digitalizzato di oggi, affinché comprendano che la cultura digitale ha una storia la cui conoscenza fornisce strumenti importanti anche nel quotidiano. Dall’altro stiamo realizzando anche dei programmi di alfabetizzazione per le generazioni meno avvezze alla tecnologia; programmi basati non solo sull’apprendimento dell’uso dei dispositivi ma anche sul valore d’uso degli stessi. Faremo perciò incontri e laboratori su vari argomenti, tra cui, per esempio, la storia dei ritrovati tecnologici attuali.

In merito al pubblico più giovane, avete intenzione di avviare programmi di educazione digitale per i ragazzi in età scolare, da intendersi come un percorso verso un uso responsabile e consapevole della tecnologia?

Abbiamo un programma bellissimo, Digital Literacy, che partirà a settembre 2021 ed è pensato appositamente per gli studenti più giovani (dalle elementari in su) e per gli insegnanti. Il programma ha vari scopi: guidare l’utente verso la comprensione degli strumenti digitali e dei relativi rischi, nonché  imparare in qualche modo a difendersene. Tratteremo argomenti come le fake news, il cyberbullismo, il trattamento dei dati, la privacy; tutti temi che se affrontati con modalità nuove e approcci concreti doteranno i ragazzi di strumenti critici indispensabili per un uso attento delle risorse digitali. Abbiamo pensato anche agli insegnanti: tra le attività previste ci sono dei corsi per i docenti basati sulla digitalizzazione della didattica attraverso modalità che risultino attraenti per i ragazzi.

Per fare ciò andremo sia sul territorio – abbiamo già in programma dei laboratori in alcuni quartieri periferici di Milano – che sul web; con l’autunno è previsto anche un calendario di incontri con le scuole qui al MEET.

Avete avuto modo di collaborare anche con le scuole d’arte del territorio?

Abbiamo collaborato sia con l’accademia d’arte di Brera che con la NABA; al momento siamo in attesa di strutturare al meglio i rapporti sia con le istituzioni che con gli enti che lavorano in quest’area. In particolare si è rivelata interessante la collaborazione con lo IULM, con il quale sono stati attivati dei percorsi formativi per gli studenti del master, che hanno potuto svolgere un periodo di stage al MEET.

Altri progetti sul tema digitale, magari “cartacei”?

Ci piacerebbe ampliare la nostra produzione editoriale: al momento abbiamo pubblicato alcuni articoli sul web, ma siamo in cerca di un editore che possa pubblicare una nostra collana. Vorremmo poter sia documentare il lavoro che viene fatto qui, per esempio raccogliendo i cataloghi delle esposizioni, che consolidare l’aspetto formativo delle nostre attività. Sempre su un doppio binario: arte e consapevolezza.

Alessandra Sorvillo

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