gennaio 13, 2017

A cavallo tra ‘800 e ‘900

Porta Venezia Social District, in collaborazione con FAI – Delegazione di Milano, ha dato vita a un percorso unico nel suo genere, alla scoperta di una Porta Venezia segreta. Vi porteremo indietro nel tempo: siamo nel 1800 e arriveremo fino al 1900. Buona lettura!

Lazzaretto_milano_1880

via Wikipedia

L’idea che l’area di Porta Orientale dovesse mutare radicalmente aspetto, cancellando ogni traccia della struttura che più ne aveva segnato la storia ovvero il grande Lazzaretto oramai abbandonato, e correndo verso il suo destino di modernità, inizia forse a farsi strada negli anni ’40 del diciannovesimo secolo.

Si narra che uscendo dalla città dal corso Venezia ci si trovasse allora nella parte più amena e quella che gode dell’aria più salubre (Parini) di Milano, da cui si apriva un’ampia e suggestiva vista delle campagne verso Monza, coronata dall’arco alpino; del resto lo stradone di Loreto, poi corso Buenos Aires, era la meta prediletta per le passeggiate a piedi e in carrozza e proprio in quest’area era attivo il vincolo comunale sull’altezza degli edifici meglio noto come “Servitù del Resegone”.

Lo stesso Comune di Milano si faceva quindi garante del diritto di ammirare Resegone e Grigne, proibendo la costruzione di edifici oltre i tre piani a nord dei bastioni; sempre per questo motivo, probabilmente, il rifacimento dei caselli daziari ad opera dell’architetto Rodolfo Vantini aveva escluso la realizzazione di un arco trionfale, la cui presenza segnava invece tante altre porte della città di rimando allo stile francese.

I caselli di Porta Venezia: uno sguardo da vicino.

I due eleganti edifici neoclassici, che sostituiscono due strutture realizzate dal Piermarini e oramai insufficienti, sono uno dei più evidenti frutti della grande riforma urbanistica e infrastrutturale voluta dal governo Austriaco a inizio ‘800, nel quale la via per Venezia e Vienna diventa il nuovo asse principale di ingresso alla città. Il progetto del Vantini vince infatti il concorso del 1826 per la sua totale aderenza ai nuovi dettami: grande rigore esecutivo, ottima funzionalità, eleganza discreta; pianta quadrata per la facciata bassa, pianta quadrata per le torrette, portici realizzati a doppia altezza con colonne in ordine gigante, il dorico toscano, anch’esso di grande pulizia e funzionalità, raramente usato in Lombardia.

Le pareti esterne sono interamente bugnate, sullo stile di palazzo Pitti a Firenze, sfondate da nicchie o alleggerite da bassorilievi; i materiali scelti sono pregiati, come il granito di Baveno delle colonne, la pietra di Viggiù per bugnato e decorazioni, marmo di Carrara per le sculture. Stante la dichiarata semplicità e vincendo qualche dissenso di tipo funzionale con la municipalità, il Vantini riesce a realizzare un ingresso in città dal carattere elegante e monumentale, che si distingue con forza dagli altri esistenti. Tra i primi a utilizzare il calcolo statico nei suoi progetti, egli applica soluzioni ardite sebbene basate sulla tecnica costruttiva più semplice, quella delle strutture in mattoni voltate.

milano caselli porta venezia

Litografia di Giuseppe Elena, 1821.

Solo pochi anni dopo, però, i Milanesi avrebbero visto l’area di Porta Orientale iniziare un veloce processo di trasformazione: oltre le rovine dell’ancora elegante complesso rinascimentale del Lazzaretto lo sguardo non si sarebbe più posato sulle Prealpi lombarde, ma sulla meraviglia moderna immaginata sempre dagli Asburgo, la ferrovia Milano – Venezia con il nuovo viadotto che attraversava il Corso. Il quartiere, via preferenziale verso Vienna, era destinato a diventare il primo nodo infrastrutturale della città, Milano si era candidata a capitale dell’industria e questo voleva dire diventare più connessa, più veloce, più permeata della tecnologia.

ferrovia buenos aires

Via Urbanfile Blog

Qualcosa inizia a cambiare: il Lazzaretto viene demolito.

Primo segno tangibile del cambiamento è la costruzione nel 1887 ad opera dell’ing. Ferdinando Luraschi, proprio in quella che era l’area di rispetto “del Resegone”, di un imponente palazzo in cemento armato di ben sei piani; demolendo ciò che rimaneva del vecchio Lazzaretto, di cui il cortile conserva alcune colonne, e pur facendo omaggio alla natura Manzoniana dei luoghi con le sue decorazioni, Palazzo Luraschi avvia la trasformazione del quartiere con la costruzione di edifici per abitazioni e per le più moderne attività commerciali. Dal 1888 e fino al 1940 il suo piano terreno ospiterà il “Puntigam”, elegante ristorante e birreria con i tavoli all’aperto, a pochi passi 1916 Pietro Troubetzkoy arpirà il Cinema-Teatro dei Giardini, oggi spazio Obedan.

La vita brulicante attorno ai Caselli.

La trasformazione interessava nel frattempo anche il lato sud dell’area che nel frattempo era stata dedicata all’irredenta Venezia e al patriota Guglielmo Oberdan: dal 1876 la prima linea interurbana in Italia, l’ippovia ferrata Milano – Monza, aveva capolinea pochi metri fuori i caselli daziari e conduceva gli operai, che affollavano le case di ringhiera di nuova realizzazione, fino ai cancelli delle industrie Pirelli, Falck, Marelli e altre. Nella vicina via Sirtori, nella sua porzione cieca, rimane ancora traccia del grande complesso di rimesse per i veicoli ed i 280 cavalli a loro servizio.

Sempre qui la Roggia Gerenzana, ideata per portare acque pulite dalla Martesana a Rogoredo per irrigare i terreni agricoli dei Conti Brivio Sforza, non era utilizzata solo per l’abbeveraggio dei cavalli, ma anche per il divertimento: sull’altro lato di via Malpighi dal 1842 erano aperti i bagni Diana, prima piscina pubblica d’Italia con una vasca di 100 x 25 metri alimentata dalla Roggia, opera dell’architetto Pizzala ed immortalata dal primo filmato realizzato in città dai Lumiere. Qui i giovani e le giovani della città, dopo aver passeggiato nei vicini giardini pubblici di via Palestro, erano soliti, in turni separati, fare attività sportiva di vario tipo al Diana: nuoto, tuffi, addirittura canottaggio durante il giorno, musica e ballo la sera. Ciò che ammiriamo oggi nelle forme dell’albergo Diana Majestic ha mantenuto ben poco della vecchia struttura: nel 1908 essa viene infatti trasformato nel Kursaal Diana, un complesso quanto più innovativo possibile, un albergo di lusso con ristorante, sala da ballo, giardini con bellissime piante, fontane e pista di pattinaggio, un teatro con una capienza di circa 850 posti.

piscina bagni diana

via Wikipedia

La natura popolare e variegata del quartiere non ha però solo risvolti positivi: nel marzo 1921 un attentato esplosivo da parte di anarchici fa 20 morti e 80 feriti, senza peraltro raggiungere l’obiettivo di uccidere il Questore di Milano. L’attentato, che si inserisce nel generale clima di tensione del biennio rosso, causerà la definitiva chiusura del teatro di operetta e della successiva e definitiva trasformazione nell’attuale complesso alberghiero, che nella struttura conserva ancora lo stile tardo liberty dell’architetto Manfredini; poco a sud, in via Frisi, nel 1910 gli architetti Tettamanzi e Mainetti realizzano su richiesta dei fratelli Galli il cinema Dumont, struttura capace di ben 500 posti e di cui rimane solo l’elegante fronte.

Via Malpighi: emblema di inizio novecento.

Tutta la via Malpighi è un raro e omogeneo esempio di architettura di inizio novecento: essa stessa nasce dalla dismissione delle rimesse di via Sirtori, quando nel 1900 il comune di Milano affida la linea ai tram elettrici della Edison. I fratelli Galimberti acquistano quindi l’area e, così come il Luraschi decenni prima, intraprendono la costruzione di edifici destinati a ospitare attività commerciali a alloggi a buon prezzo ma dall’alto valore percepito, sfruttando le migliori tecniche costruttive ed i nuovi linguaggi decorativi; l’architetto Giovan Battista Bossi realizza due soluzioni che, benché differenti, sono ottimi esempi dei risultati possibili.

La famosa casa Galimberti, al civico 3, offre una ricca decorazione in ceramica di gusto viennese, che con la sua superficie di quasi 170 metri quadri dona alle facciate un forte segno grafico; realizzato dalla Società Ceramica Lombarda “Ing. A. Bertoni & C.” su disegni di Pinzauti e Brambilla, il rivestimento coniuga ricchezza ornamentale con durabilità e semplicità di manutenzione. Il piano terra, adibito a spazi commerciali, si mostra come un basamento in ceppo gentile di Brembate, eretto su un solaio in cemento armato. L’edificio è infine impreziosito da eleganti particolari in ferro battuto della Ditta Arcari e Bellomi, con sede in c.so Magenta 66.

Casa Guazzoni, al 12, sostituisce invece alla ricchezza cromatica la profondità chiaroscurale: un apparato fortemente plastico, realizzato in cemento stampato e ferro battuto, probabilmente di Alessandro Mazzucotelli, descrive una ricca facciata con intensità decrescente dal basso all’alto.

casa galimberti milano porta venezia

Via Mapio.net

casa guazzoni milano porta venezia

Casa Guazzoni via italialiberty.it

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