L’italiano per tutti: alla scoperta della scuola Penny Wirton in Porta Venezia

Siete in via Plinio, davanti ad uno dei locali più iconici del quartiere, il Bar Basso. Davanti a voi si allunga via Enrico Nöe. La imboccate e camminate fino a piazza Bernini, dove Porta Venezia incontra Città Studi.

Sulla vostra destra, in via Pinturicchio 35, c’è un grosso edificio color mattone: è la Parrocchia di San Giovanni Laterano, costruita quasi un secolo fa. Dietro quelle porte non si svolgono solo messe, comunioni e funerali: dal 2015 i locali della chiesa ospitano la Penny Wirton, un’associazione di volontariato per l’insegnamento dell’italiano agli stranieri.

Ho incontrato Laura Bosio, fondatrice della sede di Milano, e Joan Haim, volontaria della prima ora, per scoprire un altro lato dell’istruzione in Italia.

Da dove parte la storia di questa scuola?

La Penny Wirton nasce dietro ispirazione dello scrittore Eraldo Affinati e di sua moglie Anna Luce Lenzi, che nel 2008 hanno aperto a Roma la prima delle scuole della rete. Nel giugno 2015 con Eraldo abbiamo cominciato a riflettere sull’idea di aprire una sede anche nel capoluogo lombardo: nel giro di soli sei mesi la Penny Wirton di Milano ha preso il via, anche grazie alla disponibilità della parrocchia che da allora ci ospita gratuitamente.

Nel frattempo il progetto dei coniugi Affinati si è espanso sempre più e ad oggi le scuole Penny Wirton distribuite sul territorio nazionale sono ben 50.

Qual è la nota distintiva della vostra associazione?

La nostra è un’attività fondata sul volontariato: gli insegnanti non sono retribuiti e gli studenti vengono accolti gratuitamente, anzi ricevono da noi sia i materiali di cancelleria necessari che i libri di testo. Per quanto riguarda la didattica il nostro approccio si distingue da quello delle altre scuole di italiano della città: alla Penny Wirton non esistono classi, ogni studente ha un insegnante tutto per sé, che di solito lo segue fino alla fine dell’anno. Nei casi più fortunati il volontario riesce a seguire il proprio studente anche per diversi anni, stabilendo con lui un rapporto che può andare un po’ oltre quello strettamente scolastico.

Qual è l’utenza media alla Penny Wirton?

Dal punto di vista etnico la partecipazione è molto eterogenea, non c’è una nazionalità che prevale sulle altre: abbiamo studenti maghrebini, centrafricani, asiatici, esteuropei e così via. C’è da dire che lo smantellamento del centro di accoglienza di via Corelli, da cui provenivano molti dei nostri studenti, ha generato un calo notevole di iscritti originari dell’Africa subsahariana, soprattutto perché i migranti un tempo ospitati lì sono stati poi redistribuiti nel resto della regione. Sotto questo aspetto, la popolazione studentesca della Penny Wirton rispecchia in parte ciò che accade sul fronte politico nazionale ed europeo: ad esempio, all’inizio dell’anno scolastico 2019/2020, prima del lockdown, sono arrivati moltissimi studenti albanesi come conseguenza di un secondo flusso migratorio di cui in verità si è parlato poco.

Come avete gestito la pandemia?

Nonostante il lockdown l’impegno dei volontari non si è interrotto: molti hanno fatto ricorso all’insegnamento online, usando soprattutto Whatsapp e videochiamate. Per l’anno scolastico in arrivo manterremo una parte delle nostre lezioni online, anche per sfoltire i corsi in presenza e garantire la sicurezza di studenti e volontari. Altre delle nostre attività, invece, sono state sospese e non sappiamo ancora quando riprenderanno.

Per esempio?

Poco prima del lockdown avevamo inaugurato uno sportello di orientamento per i migranti, suddiviso in tre aree tematiche: lavoro, salute e diritto. Fornivamo servizi di assistenza legale attraverso la consulenza gratuita di un avvocato e supporto nella gestione delle pratiche burocratiche, oltre che nella ricerca di lavoro e nell’indirizzamento alle strutture sanitarie. Abbiamo persino seguito alcune persone nel percorso di richiesta di regolarizzazione; in qualche modo siamo diventati un punto di riferimento per tutti gli stranieri bisognosi di imparare non solo a parlare la nostra lingua, ma anche a districarsi tra uffici, enti e procedure.

C’è un legame tra la Penny Wirton e le scuole pubbliche del territorio?

Sì, grazie all’alternanza scuola/lavoro siamo stati “ospiti” in due scuole di Milano: il Liceo Einstein e il Liceo Artistico Orsoline. Prima della pandemia alcuni dei nostri studenti venivano seguiti dai ragazzi del liceo, ovviamente sotto la supervisione dei loro insegnanti. L’iniziativa di coinvolgere gli studenti nell’insegnamento dell’italiano agli stranieri è stata nostra, ci piaceva l’idea di far incontrare questi due mondi e permettere ai ragazzi di approcciare al tema dell’immigrazione in maniera più concreta.

È stato un progetto che ha avuto moltissimi riscontri positivi da ambo le parti: facevamo sempre in modo da affidare ai ragazzi del liceo studenti che fossero loro coetanei, così da facilitare le interazioni, e questa intuizione si è rivelata vincente, tanto che alcuni dei partecipanti sono rimasti in contatto al termine dell’alternanza.

Come affronterete il nuovo anno, tra restrizioni e rischio di nuove chiusure?

Ci siamo adeguati alle direttive: partiremo con un’utenza ridotta (25 studenti), che probabilmente aumenterà progressivamente. All’entrata verrà misurata la temperatura e tutti riceveranno una mascherina nuova e del gel per disinfettare le mani. Per fortuna i locali della parrocchia sono ampi e ci permetteranno di distanziare i tavoli; inoltre faremo attenzione a ventilare le aule tenendo le finestre aperte. Avremo sicuramente delle difficoltà, soprattutto all’inizio, ma siamo dell’idea che, pur se tra mille accorgimenti, sia essenziale ricominciare: i nostri studenti hanno bisogno di noi.

Alessandra Sorvillo

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