Porta(le) Venezia | Un documentario sui mille volti del quartiere

Portale Venezia sarà presentato al prossimo Festival Mix Milano (17- 20 settembre) ed è in lizza per il Milano Film Festival. Ecco il link:

https://www.mymovies.it/ondemand/mix-milano/movie/portale-venezia/

Cinque anni fa, all’alba del mio trasferimento a Milano, trascorsi la mia prima settimana in città in una stanzetta decrepita non lontana da via Delle Forze Armate. Era pieno inverno, il sole latitava da giorni e alle sette di sera nel quartiere aleggiava solo una leggera nebbiolina e un vago senso di disagio. Esseri umani: non pervenuti.

Dopo sette giorni mi ero convinta che Milano fosse in realtà Silent Hill e che viverci mi avrebbe gettata nella disperazione più nera. Ho rievocato questa prima impressione funerea della metropoli durante un incontro con Alberto Pattacini, autore del documentario Porta(le) Venezia, ed entrambi siamo stati d’accordo sul fatto che una settimana a Porta Venezia avrebbe sicuramente reso il mio trasferimento meno traumatico.

Alberto Pattacini, parmigiano di nascita e milanese d’adozione, lavora dal 2008 per la televisione, prima come redattore e successivamente come autore – tra i programmi a cui ha lavorato c’è il celebre “Mistero”, in onda su Italia 1. Dal 2018 al 2020 ha realizzato il suo primo documentario, interamente dedicato alla storia e alle peculiarità del quartiere Porta Venezia, di cui mi ha parlato in questa intervista.

Che rapporto hai con il quartiere?

Dopo aver vissuto qualche anno a Barcellona ed essermi legato profondamente a questa città, mi sono trasferito a Milano e quasi subito ho preso casa a Porta Venezia, dove abito ormai da nove anni. L’esperienza all’estero mi ha aiutato a comprendere quanto questo quartiere sia diverso non solo dal resto di Milano, ma anche dal resto d’Italia. A Barcellona avevo avuto modo di vivere appieno la multiculturalità della città e di apprezzare l’armonia del melting pot: a Porta Venezia ho ritrovato quella stessa perfetta fusione di gruppi umani che nella loro diversità riescono a convivere serenamente.

Da dove nasce l’idea di un documentario su Porta Venezia?

Dal punto di vista professionale, dopo aver lavorato a lungo per la tv desideravo ritagliarmi uno spazio in cui esprimermi liberamente, misurarmi con un progetto che fosse solo mio e che rappresentasse il mio punto di vista sul quartiere. Lo spunto narrativo si è concretizzato grazie alla struttura del Lazzaretto, che in qualche modo credo sia uno dei veri simboli di Porta Venezia.

Come molti sanno, qui venivano ospitati i malati durante le pestilenze: per una strana ironia del destino, nella stessa zona in cui secoli fa gli infermi venivano separati dal resto della popolazione si sono successivamente inserite molte comunità di reietti, di individui che in qualche modo si voleva tenere ai margini della società.

Per esempio, dal periodo successivo all’Unità d’Italia fino agli anni ’50 e ’60 del 900, Porta Venezia è stata una delle mete principali per gli emigranti provenienti dal meridione, anche grazie alla vicinanza del quartiere alla Stazione Centrale e alla Casa dell’Emigrante, una struttura di accoglienza attiva fino agli anni ’30. Alcuni di questi vivevano addirittura accampati nelle celle che un tempo erano state riservate agli appestati, finché alla fine dell’800 il Lazzaretto non venne abbattuto in favore di un progetto di espansione edilizia pensato proprio per rispondere alle esigenze abitative di un quartiere in rapida crescita.
Dagli anni ’70 Porta Venezia ha cominciato a popolarsi anche di immigrati di tutte le nazionalità – in particolar modo eritrei – che ne hanno ulteriormente modificato la demografia; per finire, oggi è noto per essere il quartiere LGBT di Milano.

Insomma, è un territorio che è sempre stato di tutti e che nella percezione di molti è senz’altro la zona più “accogliente” della città, quella in cui chiunque sia sgradito altrove può trovare il proprio posto.

Il tuo documentario vuole lanciare un messaggio politico?

Non amo il termine politico, forse perché mi rimanda a qualcosa di fazioso, cosa che il mio documentario non è: lo dimostra il fatto che tra i personaggi politici intervistati ci sono tanto esponenti della sinistra (Pierfrancesco Majorino, Lia Quartapelle) che della destra (Rita Cosenza, Ignazio La Russa).
Indubbiamente però il messaggio del documentario contraddice un po’ quello di una parte della politica italiana, che tende a problematizzare alcune categorie – gli stranieri, i meridionali, gli omosessuali – mentre la realtà del quartiere dimostra che una convivenza pacifica fra tutti questi “tipi umani” non solo è possibile, ma è anche meno complicata di quanto si pensi.

Il tuo ritratto di Porta Venezia è tutto sommato roseo. Emergono anche delle criticità?

Ovviamente sì. L’immagine del quartiere è fondamentalmente positiva, questo è vero, ma ci sono anche delle ombre. Per fare un esempio, uno studio sul comportamento delle persone che passeggiano tra Buenos Aires e Porta Venezia ha dimostrato come tutte tendano ad evitare accuratamente l’area verde tra i Bastioni, dove vivono accampati alcuni gruppi di profughi: da questo punto di vista, la loro presenza è percepita come un problema. Nonostante ciò, locali e artigiani della zona si sono spesi molto per la raccolta di abiti e di generi alimentari per chi ne ha bisogno, quindi è comunque un quartiere in cui il senso di solidarietà prevale sul resto.

Definiresti la tua un’opera individuale, corale o entrambe le cose?

Porta(le) Venezia è un documentario che nasce come individuale, perché parte da un mio personale bisogno di “evasione” rispetto al contesto strettamente professionale, ma che diventa corale, prima di tutto grazie all’apporto del collega e regista Giacomo Caglio, poi attraverso il contributo di amici, conoscenti e professionisti che sono stati entusiasti di partecipare a vario titolo. Tra questi Myss Keta, che ha promosso il documentario in occasione dell’anteprima, e Jane Alexander, Cristina Bugatty e Paola Barale che hanno fatto da voci narranti.

Portale Venezia sarà presentato al prossimo Festival Mix Milano (17- 20 settembre) ed è in lizza per il Milano Film Festival; dopo l’estate verrà reso disponibile anche online.

Alessandra Sorvillo

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