Vinicio Capossela. Un flâneur a Porta Venezia.

Da più di vent’anni Vinicio Capossela vive vicino alla Stazione, al confine con Porta Venezia. Gli abbiamo di chiesto di raccontarci quali siano per lui gli angoli più immaginifici del quartiere. Tra immaginari cinematografici e letterari, ricordi degli anni Novanta e l’osservazione attenta di un’umanità di confine, ricostruiamo la sua personale mappa del bario.

Dici di vivere moderatamente a Milano da anni. Quanto ti senti di appartenere a questa città e a questo quartiere?

“Continuo a vedere Milano da fuori. Guardo le case e immagino chi ci vive dentro e come sarei io al loro posto. Questo è il punto di vista di chi non è entrato nella città. Le lunghe passeggiate sono alla base della flanery, come viaggiare il mondo senza appartenervi. Io non ho mai preso realmente possesso di questa città, anche i posti che ti posso indicare sono posti in cui io ho investito con la mia immaginazione. Il mio amore per il tram ad esempio non nasce dal fatto che io lo prenda tutti i giorni per lavoro. Nasce dal rumore che fa, dal vedere la sua carrozza passare e provare a prenderlo al volo. I primi anni che stavo qui mi piaceva osservare gli asiatici che lo prendevano la notte con con mazzi di rose invendute che non avevano trovato destinatario. Mi colpiscono i non-luoghi, come le cliniche e gli ospedali che sono piccole cittadelle, fortificazioni autonome. E ancora di più i posti liminari, di confine, come il limite che percorre il tram all’altezza del dislivello dei Bastioni di Porta Venezia. Sono luoghi che hanno una suggestione di facciata, li attraverso come fossero una scenografia. È risaputo che Milano è una città la cui bellezza si svela negli interni. Non ha una bel-lezza che si impone allo sguardo. Mi sarebbero piaciuti fossero sopravvissuti i canali, ho trovato qualche stampa dell’epoca che li mostra. È più una città da camminamento per me che un luogo stanziale.”

Attraversi questi luoghi come una scenografia. Ritrovi anche suggestioni cinematografiche?

“Sono molto affezionato ad un film girato a Buenos Aires che si chiama Sur. C’è Goyeneche che canta e prende vita un’idea del bario, del quartiere, che nei primi anni rivedevo in questi angoli di Milano. Nel mio immaginario li trovavo adatti già dalla toponomastica… corso Buenos Aires, piazza Argentina… ovunque era Nocturno a mi barrio di Aníbal Troilo. Il mio amico Marco Castellani, che aveva vissuto in Argentina, mi portava spesso a vedere una specie di Buon Aires al rovescio in queste quattro strade. Per questo uno dei miei luoghi mitici è la sala delle feste dell’Osteria del Tre-no, la sala del sindacato dei ferroviari in cui la domenica sera si balla il tango. Poi trovo molto evocativo il sottopassaggio con le colonne sotto la Stazione, in viale Lunigiana. Si passa sotto i binari e sembra di essere in C’era una volta in America. Ricordo che c’erano una palestra di box, una pescheria che era anche ristorante, un negozio di frutta e anche una vendita all’ingrosso per ristoranti in cui comprai oggetti che ho ancora oggi in casa. E’ sopravvissuto solo il mitico “Tunnel” in cui abbiamo fatto un reading per John Fante nel 1997 e un concerto nel 2012.

C’è per te anche un immaginario letterario in queste vie?

“Per me è sempre stato un quartiere letterario. La prima volta in cui ci ho messo piede sono andato in via Settala dove aveva sede la casa editrice Marcos y Marcos. Ho incontrato Marco Zuppiroli perché avevano ripubblicato Fante e avevamo deciso di fare dei reading per promuoverlo. Siccome io ero volutamente senza casa in quel momento, per la mia nevrosi da Horreur du domicile, un paio di pomeriggi li ho passati al caldo lì dentro. Era novembre e Marco mi diceva che i suoi scrittori li ospitava all’hotel Charlie -come la canzone di Tom Waits- e mi portava al Piazza. Stiamo parlando del 1996, allora era l’unica enoteca in zona. Questo è stato il primo approccio al quartiere. Due anni dopo ho visto annuncio un appartamento in via Scarlatti. Quando sono venuto a vederlo era venerdì 17 novembre ed era una bellissima giornata di sole. Mentre attraversavamo via Settembrini e io indicavo le finestre, una signora abbagliata dal sole ci è venuta addosso con la macchina e io per evitarla mi sono rotto la caviglia. Sono usciti tutti i commercianti di esercizi che oggi non ci sono più: la gastronomia all’angolo, il fruttivendolo, l’edicola … Li ho visti tutti da terra e ho pensato “forse è segno che mi debba fermare qua”, mentre altri forse sarebbero scappati. Così, azzoppato, mi sono fermato qui. Quando ho tolto il gesso la casa era ancora disponibile. Ciò che aveva tenuto alla larga molti possibili affittuari -il fatto che passasse il tram e che la casa fosse sfasciata- era per me un punto di forza.”

Quindi così hai iniziato a conoscere i negozianti che poi sarebbero diventati parte della tua quotidianità.

“Sì, così si è iniziata a comporre la mia geografia di quartiere. Innanzi tutto l’edicola di via Settembrini, che oggi non c’è più, in cui ho comprato un’intera enciclopedia in VHS sugli astri che ho ancora oggi. Poi la fiorista accanto e la farmacia all’angolo con via Scarlatti, che ancora oggi sono i miei appigli. All’inizio mi piaceva l’esotismo del pakistano sotto casa e in generale ero affascinato da tutti questi negozi all’ingrosso. Mi sono sempre diviso tra i due bar, quello di via Scarlatti e il Rovida. Anche se i primi anni andavo spesso al Piazza. Ma sì, vedi? Se uno non ha un bar non è parte del quartiere.”

E oggi?

“Oggi vado alla Pescheria Gelmetti e all’enoteca Hic di via Spallanzani. E poi ci sono sempre il Bar Basso e lo Spazio Oberdan, dove ho visto un sacco di film. Molti dei miei dischi e libri li ho presentati nei luoghi del quartiere a cui sono più affezionato: all’ Osteria del Treno presentai “Il ballo San Vito” e “Live in Volvo”, al Planetario “L’indispensabile” – per via della canzone “Si è spento il sole”-, ai Bagni di Porta Venezia “Le canzoni della Cupa”, al LUME “I cerini di Santo Nicola” e per ultimo alla Chiesa di san Carlo al Lazzaretto “Ballate per uomini e bestie”. E poi c’è il mercato di Benedetto Marcello. Il sabato pomeriggio rende il quartiere come se fosse il sabato del villaggio. Appena arrivato questo quartiere mi ricordava le atmosfere desolate dei film di Kaurismäki e Jarmusch. Dalla mia finestra vedevo tutta l’umanità che gravita intorno stazione… Vagabondi, turisti, stranieri… Ogni notte guardavo incuriosito pullman scaricare carovane di turisti asiatici che andavano al Mokinba, che allora si chiamava Cristallo. Questo quartiere era, e in parte lo è ancora., un non-luogo in cui dopo le 7 non c’è vita. L’unico momento di vita era il mercato, come fosse una festa patronale. Ancora oggi è un pachiderma, lascia tracce di sé, i lavaggi delle strade dopo di lui vanno avanti tutto il pomeriggio. È un mercato che mi piace perché è realmente popolare, comunale, con una vera e varia umanità. Mi hanno pure rubato il telefono, ma amo il suo essere simile ad un suk, un bazar. Ho sempre frequentato molto le librerie. Siccome il mio primo approccio al quartiere è stato in un posto da scrittori, mi piace fantasticare sui nomi dei mille piccoli hotel (Paradiso, Nettuno…) sparsi in queste vie e immaginarli come un approdo in città per scrittori in cerca di riparo. Questo in effetti è un quartiere ricco di librerie e anche con una sua storia editoriale. C’era la redazione dello Straniero e anche la prima sede della Feltrinelli. Ogni tanto andavo in via Stoppani dove c’era stato il laboratorio di Russolo per annusare le tracce dei suoi intonarumori futuristi. Oggi vado spesso alla Libreria Popolare di via Tadino e al Libraccio di viale Vittorio Veneto. Amavo fare una sosta alla pasticceria Migliorini ma purtroppo ha chiuso qualche anno fa. Ora, varcando il mio personale limes del corso, la migliore del quartiere è la Lorini in via Eustachi. Mi piace ogni tanto fare una gita da quelle parti anche per via del Bar Basso, di Poporoya e del caffè La Belle Aurore. Ho frequentato molto anche una bellissima libreria che è sopravvissuta solo un anno intorno al 2007 in piazza Cincinnato, all’angolo in cui oggi c’è una gelateria. Era una libreria esoterica aperta da storici librai di Torino. Era veramente bella e aveva una grande selezione di libri. Roba da spiritisti, e infatti ora è diventata un fantasma. Ma del resto sono proprio i fantasmi a tenermi attaccato a queste strade solcate dai binari. Infatti spesso alla Libreria del Corso che era anche un’edicola notturna con un nutrito reparto DVD. Negli anni novanta mi piaceva andare alle 2 di notte per prendere già il giornale del giorno successivo e comprare un film da vedere la notte. Oppure andavo nelle edicole notturne in corso Buenos Aires e ricordo che c’era un forno in in via Casati aperto tutto la notte… Erano gli anni in cui andavo dietro a Cinasky e si faceva sempre tardi. Oggi mi piace l’atmosfera della Sala Venezia. La domenica soprattutto.”

E di giorno?

Il mio angolo di spleen sono i giardini di Porta Venezia, il nostro Central Park. Però da flâneur posso dire che mi dispiace come siano allestiti senza amore i dehor. Nonostante l’indubbia qualità architettonica dei nostri palazzi, spesso i locali sono arredati all’esterno con tavoli e sedie di plastica che per una città così attenta al design è un vero peccato. E anche la musica all’interno è orrenda, come se ci fosse una creatività non declinata. Berlino ad esempio è un posto in cui per aprire un locale non c’è bisogno di tanti soldi e permessi, la creatività non richiede grandi investimenti ed è fatta sul gusto personale. Questo manca in questa città in cui è tutto molto costoso e faticoso e vengono favorite le grandi ristrutturazioni e discapito di realtà più spontanee. Ma del resto Milano è un posto che spesso ti allontana da tutto senza portarti da nessuna parte . Ed è il bello del rimanerci in mezzo.”

Intervista di Michaela Molinari

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