Una passeggiata con Vinicio Capossela nel quartiere del Lazzaretto evocando nuove e antiche pestilenze

Foto: Fabio Mantegna

Camminando sulla peste

Vinicio Capossela, che da anni vive accanto alla Stazione Centrale, ha recentemente presentato il suo ultimo album nella chiesa di San Carlo al Lazzaretto per evocare le nuove pestilenze di cui parla “Ballate per uomini e bestie”. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il potere evocativo che esercita su di lui il quartiere di Porta Venezia e il suo rapporto con la città.

Raboni nel 1977 scriveva “Grazie al Lazzaretto […] mi sono reso conto che la mia città visibile era piena di storia invisibile, e che questa storia era, a sua volta, piena di dolore, di minacce, di paura. Da quel momento, credo, è entrato nella mia poesia il tema della peste: peste metaforica, si capisce: peste come contagio e condanna, come circolarità e anonimato dell’ingiustizia.” Tu hai scelto di presentare il tuo nuovo disco, che contiene la canzone “La peste”, proprio nella chiesa di San Carlo al Lazzaretto. Condividi con lui questa metafora?

Non solo la condivido ma in realtà trovo nelle parole di questo poeta cosa volessi inconsciamente dire. La peste è contagio e condanna, circolarità e anonimato dell’ingiustizia. Sono i meccanismi di sempre perfettamente applicabili anche a questo nuovo, potente, agente di trasmissione che è la rete. Veicolo, pneuma efficacissimo per una diffusione capillare dei meccanismi di contagio classico con tutti gli allegati: caccia alle streghe, capro espiatorio, violenza deresponsabilizzata nell’anonimato, roghi. Questo discorso dell’anonimato dell’ingiustizia è particolarmente attuale. Pensiamo ai linciaggi, al revenge porn, alla diffusione di contenuti osceni (ob-scena, fuori scena), materiali di carattere intimo o privato postati in un luogo pubblico… Vere e proprie gogne, percorsi lungo i quali ognuno dà la sua bastonata, in una impunità assecondata dalla massa.

Foto: Fabio Mantegna

Sui resti del Lazzaretto in via San Gregorio, Raboni scriveva che quei brandelli erano per lui il “vero, occulto emblema di questa città appestata, invivibile, bellissima”. Condividi questa scelta di aggettivi per descrivere Milano?

Milano può fare male. È la città che ti allontana da tutto senza portarti da nessuna parte. Quando ci si è dentro si è completamente fagocitati, il tempo assume una dimensione accelerata che porta via i giorni e le settimane. Si può perdere il tempo impiegandolo fino all’esaurimento. Questo è comunque una vocazione delle realtà metropolitane. A differenza dei paesi, che impongono la loro identità, nella città si può esercitare l’individualità nell’anonimato, che è una grande forma di libertà. Ma bisogna essere forti. Se si cerca un’identità nella città si rischia l’annullamento. In questo senso condivido i tre aggettivi di Raboni.

Hai detto che internet non è la peste in sé, ma è un formidabile veicolo di contagio come all’epoca fu l’aria. Durante la peste di Milano però la colpa ricadde su presunti untori, accusati di diffondere volontariamente il morbo. Chi sono oggi gli untori?

È più semplice definire un’identità trovando un nemico comune, piuttosto che elaborarne una propria. In questo senso definire un capro espiatorio, inventarsi degli untori, è funzionale a chi esercita il potere, così come assecondare gli istinti fondati sull’odio. La rete offre a tutti una forma di individualismo collettivo in cui la semplificazione, l’aggressività, l’insulto, si diffondono più velocemente che non altri valori che riconoscono una complessità del vivere civile.

Foto: Fabio Mantegna

Il medico Alessandro Tadino invece riconobbe nei monatti, coloro cioè incaricati di raccogliere i cadaveri, i principali responsabili del contagio essendo spinti da un interesse lucroso. Secondo te oggi qualcuno specula sulla peste virtuale o siamo vittime solo del nostro egocentrismo?

C’è un lavoro massivo sulla paura, sulla chiusura, sull’odio, sulla morbosità, sulla disintegrazione della vita privata. Queste, a mio parere, sono tutte forme di pestilenza morale. E naturalmente fomentarle può essere strumentale ad accaparrare consenso e, quindi, potere. E poi c’è l’interesse economico. Paradossalmente in questo individualismo atomizzato ci sono inedite possibilità di lavoro sull’induzione dei desideri. Si può essere omologati nella completa illusione di esprimere una posizione individuale. Del resto, quando una cosa è gratis occorre fare attenzione: è facile che la merce a quel punto sia tu. Per questo è importante fortificare difese e anticorpi.

Sempre Raboni dedicò questi versi a Milano: “Una città come questa/ non è per viverci, in fondo: piuttosto/ si cammina vicino a certi muri,/ si passa in certi vicoli (non lontani/ dal luogo del supplizio) e parlando/ con la voce nel naso/ avidi, frettolosi si domanda: non è qui/ che buttavano loro cartocci gli untori?”. Tu abiti a Milano ma hai detto che per rifugiarti dalla peste hai scelto un luogo dell’osso, nella spina dorsale dell’Italia. Milano non è un luogo di riflessione? Contamina il pensiero?

Certamente una città così protagonista del mondo contemporaneo espone alla dittatura dell’attualità, più di un paese fuori dalla storia e quasi disabitato. Però questo camminare vicino ai muri, come dicono ii versi di Raboni, offre il rifugio ad una clandestinità interiore che per me è sempre stata importante. Camminare lungo le rotaie dei tram, sotto gli archi della Stazione Centrale, costeggiare i muri, passare a lato delle storie… è un lusso. La flanerie è un lusso. Essere di passaggio è un lusso. Spesso si finisce per abituarcisi e per fare di un luogo di passaggio il luogo di tutta una vita.

Solo negli ultimi anni hai presentato “Canzoni della Cupa” all’Albergo Diurno, hai scelto il magazzino del verde nei Bastioni di Porta Venezia per presentare il libro “I cerini di Santo Nicola”, hai proiettato il video “Il Povero Cristo” allo spazio Oberdan, hai fatto un concerto per Pianocity nei giardini della GAM e hai suonato in fronte alla Stazione Centrale. Sembra che nel quartiere ci siano referenti storici per molte tue suggestioni artistiche.

Ho scelto da vent’anni il quartiere attorno alla Centrale, che mi ero abituato a chiamare barrio come il quartiere che non ho mai avuto. Il quartiere degli assenti, che per molti anni mi hanno fatto compagnia. Poi ho iniziato a farne una specie di quartier generale, a partire da uno spazio ricavato in un ex negozio di tessuti all’ingrosso che una volta deve essere stata una drogheria. Il quartiere ha preso vita propria e le abitudini hanno preso forza: il mercato del martedì e sabato, il tram numero uno, i giardini di Porta Venezia…

Nella “Giraffa di Imola” racconti come sia straziante lo scontro fra la vivifica bellezza della natura e l’esamine habitat urbano. Trovi che la città spenga la nostra componente bestiale con un eccesso di umanizzazione?

La città è un habitat antropizzato, è costruito dagli uomini per gli uomini. Direi che i meccanismi della natura si riproducono a livello sociale. Ci sono i branchi, i territori, le fonti, le riserve di cibo, insomma tutto quanto necessita alla bestia urbana che è l’uomo. Il mio amico poeta Vincenzo Costantino diceva che la solitudine degli abitanti si misura dalla quantità di sterco di cane sulle strade. Il cane resta un domestico punto di accesso alla natura. La storia della giraffa fuggita dallo zoo di Imola, che semina scompiglio ed è ovunque fuori posto, è emblematica e struggente. Anche le zone fiere di noi stessi hanno difficoltà a trovare posto nel recinto del sistema.

Foto: Fabio Mantegna

La città è anche il luogo ai cui margini trovano ricovero i “poveri cristi”. Come convivi con questo continuo richiamo all’umanità?

Il quartiere dove vivo è un contino richiamo alla umanità. Il povero cristo rimane più impigliato che altri nel magnete della Stazione, come se non potesse né partire, né restare. In via Scarlatti c’è Salvatore che, come un profeta inascoltato, da anni urla la sua ferita nell’anima. Se si va oltre l’indubbio disagio dell’urlo, si trova l’uomo, che da terra disinnesca la continua rincorsa al tempo del passante. La vita da virtuale si fa reale. Allora anche un gesto diventa importante. Il povero cristo è generalmente invisibile. Ci passiamo di fianco e non lo vediamo.

In questi giorni gira per la città, e attraversa il quartiere, un tram dedicato all’uscita di “Ballate per uomini e bestie”. Hai trovato la tua “epica del trasporto urbano”?

Credo che Milano insieme con Lisbona abbia i più bei tram d’Europa. Un mezzo fuori tempo che sembra una carrozza con un monocolo davanti. la grazia del suo campanello al posto del clacson. Il grande rumore di ferro, il predellino che ti consegna al marciapiede, quelle meravigliose lampade… Lo stesso tram si vede correre a San Francisco e regala un insolito senso di casa e di smarrimento. Mi pare incredibile che per quattro mesi uno di loro sia travestito da pinguino e porti in giro per la città il sogno e l’immaginazione che ho provato a mettere in questo disco. Epico, sì… E poi chissà dove dormono i tram…

Michaela Molinari

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