Il Lazzaretto è la contaminazione di Porta Venezia

Oggi a Porta Venezia resta ben poco di ciò che fu il Lazzaretto, ma la sua storia riecheggia nella toponomastica di tutto il quartiere. Lazzaro Palazzi ad esempio è l’architetto che nel 1485 progettò questo enorme complesso che da corso Buenos Aires arrivava – appunto – fino a via Lazzaretto e da via San Gregorio si spingeva in viale Vittorio Veneto. A padre Felice Casati, invece, fu affidata la direzione nel 1630, anno della terribile peste manzoniana, e la sua figura viene ricordata anche nei Promessi Sposi. Così come quella del grande medico Ludovica Settala, citato sempre da Manzoni insieme al figlio Senatore, il quale, con Alessandro Tadino, fu membro del tribunale della sanità.

Di questa grande struttura esterna, con i suoi portici che richiamavano il centro monumentale di Gerusalemme, rimane solo la piccola porzione in cotto che oggi ospita la Chiesa ortodossa russa di San Nicola. È invece sopravvissuta integra la Chiesetta di San Carlo che originariamente era proprio il cuore del Lazzaretto e ancora oggi è uno dei fulcri del quartiere. Dopo anni di degrado, infatti, largo Bellintani è stato riqualificato e recentemente, grazie all’ intervento di Andreina Bassetti Rocca e alla Fondazione Rocca che ne hanno curato il restauro, è stata festeggiata proprio la riapertura al pubblico della piccola Chiesa. Con l’occasione è stato anche inaugurato l’organo progettato da Martino Lurani Cernuschi, che con le sue 1800 canne è considerato il più innovativo e poliedrico organo di tutta la Lombardia e ci fa sperare in una stabile stagione concertistica che potrebbe fare di San Carlo il centro milanese della musica organistica.

Forse questa piccola Chiesa dalla pianta ottagonale, pensata così per essere visibile da tutti i malati ricoverati, è tanto amata proprio perché rimane un’àncora di storia visibile da tutti gli scorci del quartiere.

Come ricordava qualche anno fa la poetessa Patrizia Valduga sulle pagine del Corriere, è una “sopravvivente pietà per la storia dei senza storia, ha la forza magnetica di attirare e congiungere in una sola unità, nella topografia morale milanese, via Gian Giacomo Mora, la casa di Manzoni, piazza Fontana, il Monumentale. Le pesti sono altre, ma è sempre la stessa storia, è sempre la stessa moneta che si spaccia, coniata a immagine dell’ingiustizia e del sopruso. E ci sono tribunali pronti a torturare e a processare i nuovi untori, mentre noi pensiamo che abbiamo caldo, che non abbiamo digerito bene, che stiamo per andare in vacanza”.

Ed è proprio la Valduga a promuovere una petizione affinché il Lazzaretto sia intitolato a Giovanni Raboni, suo compagno e grande poeta che si definiva “non milanese ma proprio di Porta Venezia” e che raccontava come “grazie al fatto di essere nato ai suoi margini credo di essermi reso conto in modo concreto, fisico, che la mia città non era solo quella che vedevo, case, strade, piazze, gente viva, ma era piena di storia, case, strade, piazze, gente che non c’erano più. La mia città visibile era piena di storia invisibile e questa era piena di dolore, minacce, paura”.

La Fondazione IL LAZZARETTO

Oggi Porta Venezia è un quartiere che pulsa di persone da ogni parte del mondo. È il quartiere del Pride, delle gallerie di arte contemporanea, dei ristoranti etnici. Ma quella Chiesetta e quel muro di mattoni in via San Gregorio ci ricordano che è stato il quartiere dei margini, degli appesati, della più profonda storia milanese. E proprio nella via a cui ancora dà il nome, in quello che fu lo studio della scultrice Lidya Silvestre, è nata la Fondazione Il Lazzaretto.

Qui dallo scorso anno si organizza il Festival della Peste, perché, come scrive la direttrice Lidia Ronzoni, “oggi in questo quartiere, tra vie con una miriade di marciapiedi su cui si affacciano negozietti di design e artigianato, moda e prodotti alimentari di varie nazioni, oltre a ristoranti e locali di cucine da ogni parte del mondo, la parola «contaminazione» assume un significato nuovo. Non si passa la malattia, ma si scambiano modi di pensare e di vivere”.

E così, dopo essere stato ricovero per i malati, roccaforte militare, Tempio della Patria e persino magazzino agricolo, il Lazzaretto diventa simbolo vivifico di un quartiere vitale e la sua Chiesa sta lì a ricordarci che siamo nani sulle spalle dei giganti.

Michaela Molinari

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