A Porta Venezia c’è il mare

“A Porta Venezia c’è il mare. Non si trova ma c’è. Edicole di giornali così luminose io non ne ho mai viste che a Rapallo o a Sorrento. Una ha tendine rosse che la mattina trattengono il vento; io non la considero molto lontana dall’Ufficio turistico di Amalfi o dalle palme di San Remo: e voi? Il cielo di Lombardia, così bello quando è bello e quando lo si guarda da porta Venezia: sul tardi s’arriccia, si fa lanoso e caldo come la groppa degli agnelli; qualche velivolo vi giuoca, simile a un bambino che salta e si rotola sul materasso. Allora tutto è possibile a Porta Venezia. Arrivata a porta Venezia, Milano finalmente sorride. Vuol piacere, qui, è simpatica, si ha l’impressione di scoprire labbra rosse e umide, irresistibili fossette sulle guance. Una fotografia di me giovane a Milano non la concepisco senza Porta Venezia sullo sfondo; vado verso il nitido viale Maino, o verso il polveroso viale Piave; l’obiettivo la scatta ed eccomi: quanti anni mi date, venticinque, trenta?”

Giuseppe Marotta, A Milano non fa freddo (1949).

Sabato 17 novembre alle ore 12, In occasione di Bookcity, ci sarà il Flash Mob Letterario “Milano legge Milano”: lettori volontari si posizioneranno ciascuno in un luogo scelto dalla Mappa Letteraria di Milano e leggeranno ad alta voce la citazione corrispondente. Chiunque può partecipare scegliendo una citazione già presente sulla Mappa o proponendone una nuova.

Molti saranno i punti di lettura nel quartiere, perché Porta Venezia non è solo quella raccontata nelle pagine dei Promessi sposi, quando ancora si chiamava Porta Orientale e i lavandai abitavano in piccole case con orti cinti di siepi.

Giuseppe Marotta ad esempio era un napoletano verace, autore dell’Oro di Napoli e collaboratore di Eduardo, ma a Porta Venezia riesce addirittura a vederci il mare. L’asse Loreto – Porta Venezia crea invece parecchi problemi a Giovannino Guareschi. In Viaggi ed esplorazioni in Osservazioni di uno qualunque del 1988, racconta infatti come il traffico di Buenos Aires faccia sì che la macchina prenda il sopravvento su di lui, facendolo inspiegabilmente transitare in via Fatebenefratelli o ingolfare nel traffico di piazza Cordusio. Non pochi fastidi crea invece il passante a Marco Balzano che, nel suo romanzo Primi giorni di scuola, racconta come scendere quelle scale sia ogni volta una fatica: “quando mi ci ritrovo penso ai minatori. Non sarà poi così diverso, mi dico, anche se lo so benissimo che sarà diverso eccome. Quattro rampe di scale mobili lente che non se ne ha un’idea, il freddo stagnante dei sotterranei, le luci bianco elettriche che si smorzano sul gres opaco”.

Ma Porta Venezia è soprattutto lo sfondo di moltissimi gialli e polizieschi. Dario Crapanzano dal 2011 racconta le vicende del commissario Arrigoni che nel dopoguerra si ritrova a risolvere Il giallo di via Tadino e L’omicidio di via Vitruvio. Molti scrittori, da Buzzati a Lucarelli, da Polidoro a Ferro e Accorso, ricostruiscono invece il terribile caso di cronaca che ebbe come protagonista Rita Fort, la belva di via San Gregorio. Porta Venezia fa anche spesso da sfondo nelle intricate vicende di Carlo Monterossi, il personaggio inventato Alessandro Robecchi, che così racconta il quartiere nel 2014 in Questa non è una canzone d’amore: “via Tadino è lunga e stretta, come sono lunghe stette le vie che la trapassano ad angolo retto. Casati, Castaldi, San Gregorio. Era il Lazzaretto, una volta, dove i monatti portavano i cadaveri degli appestati nel Seicento, il Manzoni lo raccontava nell’Ottocento, un metroquadro costava l’equivalente di cinque-seimila euro già negli ultimi anni del Novecento, e oggi vi si svolge una guerra senza quartiere. L’infighettimento di via Tadino e dintorni parte come un’onda da piazza Oberdan, vicino ai giardini dove luccica Montanelli, il sesto Rockers. E combatte la sua battaglia contro una resistenza agguerrita, indomita, invincibile. Per ogni piccola boutique che apre, abbastanza snob da farsi chiamare atelier, tiene tignosamente la posizione un barbiere maghrebino. Per un gelataio artigianale dove un cono monogusto costa come un grammo di cocaina – ma pesa meno – punta i piedi un take-away cinese. Una battaglia metro per metro”.

Ma la multiculturalità del quartiere cattura l’attenzione di molti altri scrittori. Se per Aldo Nove nel 2004 “al di là del cibo, è il clima che colpisce. Una perfetta integrazione tra Africa e Italia, l’impressione di essere in una zona franca in cui l’Europa e il continente nero si sono fusi armonicamente”, più di dieci anni dopo Romano De Marco ci restituisce una fotografia più cupa: “via Panfilo Castaldi è una sorta di zona interraziale che collega corso Buenos Aires a piazza della Repubblica. Ristoranti di tutte le etnie possibili, negozi dove trovi dall’artigianato africano ai dischi in vinile, passando per i fumetti rari e i vhs da collezione. Di giorno è un posto divertente e pieno di profumi speziati. Di notte è una zona di guerra, il punto di riferimento di almeno una decina di bande di malviventi, di varie nazionalità, che gestiscono i loro sporchi traffici di esseri umani e sostanze proibite nel retro di piccoli bazar o di squallidi negozi di alimentari.”

Tanti sono anche le attività commerciali che caratterizzano il quartiere al punto da entrare nei romanzi. In Ancora notte di Deborah Brizzi, la giovane agente Norma adora il Vinile, uno di “quei locali arredati con pezzi tutti diversi e pieni di oggetti anni Settanta”. Nel suo Repertorio dei matti Paolo Nori ricorda Kika e il suo negozio di abbigliamento in via Panfilo Castaldi, grazie al quale “era apparsa su giornali e TG regionali e nel suo quartiere era un’istituzione. Il negozio era zeppo di abiti mischiati alla rinfusa e con le pareti ricoperte di quadri”. Ma ci sono anche il Mc Donald di piazza Oberdan e l’Hotel Diana (Alessandro Robecchi), il vecchio ristorante Puntigam (Aldo Nove) e il Bar Bianco (Andrea Pinketts). E sono proprio i Giardini di Porta Venezia a ricorrere spesso nella nostra letteratura: Oreste Del Buono ricorda lo zoo smantellato, Enrico Bertolino guarda le anatre nettarsi le piume, Andrea De Carlo cerca scampo “al caldo appiccicoso e all’aria giallastra delle vie ingolfate di traffico”.

Ma è soprattutto Alberto Savino a lasciarci una fotografia del 1944 che ci ricorda come, nell’Italia di allora, i Giardini fossero un luogo quasi esotico: “per consolarmi della perduta Casa Rossa, vado a guardare il Museo di Storia Naturale situato poco appresso sul margine dei Giardini Pubblici. Anche questo edificio è di mattoni nudi e intonato allo stile mimetico tanto in uso alla fine del secolo scorso, e siccome sta bene in riva al Corso Venezia, altrettanto bene starebbe sulle rive del Gange. Internamente, questo palazzone è suggestivo e poetico, e tra i fossili del Glyptodon Cuvieri e del Toxodon Platensis, tenuti su con degli spilli, vedo aggirarsi distratto, stralunato, armato di cannocchiali, il professore Livenbrock, reduce dal suo viaggio nel centro della terra”.

Michaela Molinari

Aspetta! Iscriviti alla nostra Newsletter per non perderti neanche una novità.

REGISTRATI