La mia porta venezia – Marco Vailati

Porta Venezia è una tappa. Da Pavia – la mia città – fino a Venezia – la città dove voglio vivere e lavorare – ecco una porta, Porta Venezia. Me lo ricorda tutte le mattine una donna africana rannicchiata accanto a un bar in Corso Buenos Aires: i sogni non sono oggetti, non si afferrano. I sogni sono mete da raggiungere. Chissà quali erano, chissà quali sono i sogni di quella donna che tutte le mattine, mentre chiede qualche spicciolo avvolta in una coperta, mi guarda con due occhioni enormi e meravigliosi. In quel momento, in quello sguardo, Milano si ferma e i nostri sogni si incontrano: io smetto di pensare per qualche secondo al primo appuntamento della giornata, lei non so.
Ogni giorno penso che domani le offrirò la colazione, ma non l’ho ancora fatto. Occhi grandi come il mare che con un mezzo sorriso arriva il sole. Occhi che raccontano di sogni andati così così. 

Porta Venezia è una porta. Appunto. Poco in là i treni che ti portano via lontano. Ancora un poco in là, dopo Loreto, inizia quella Milano complicata che i borghesi impettiti odiano e che qualche giovane architetto rampante prova a disegnare con colori diversi. E poi Buenos Aires e Lima, che danno un dolce tocco latino e cosmopolita. Ci sono le modelle e i giornalisti. C’è un clochard che vive in mezzo metro per mezzo metro verso piazza Argentina. C’è una gelateria carinissima che ha le sedie colorate, c’è un bar in via Spontini che fa un caffé che è un’esperienza sensoriale divina. Ci sono i panzerotti e i kebab, il vino e i frullati vegani. Hanno tutti fretta, in Porta Venezia, e sui grandi marciapiedi il traffico è difficoltoso per schivare gli americani al passeggio tra un negozio e l’altro. 
Porta Venezia è un luogo in cui si arriva da qualche parte e si va da qualche altra parte. E’ autunno e primavera. La mia Porta Venezia è bella come gli occhioni di quella donna che sorride anche se per i sogni bisogna scarpinare ancora un bel po’.


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