Nel cuore della notte a Porta Venezia

Camminare lungo i sentieri della notte è rimasta una delle poche possibilità concrete di conoscere la città nella sua anima più pura, alleggerita dal tran tran quotidiano.
Per esplorare l’ambiente è necessario alzare lo sguardo dallo smartphone e portarlo verso i cornicioni e le magnifiche architetture, ascoltare il silenzio della città che respira e concedersi allo sguardo degli sporadici passanti che tornano ad essere individualità estratte dalla massa, con una forza centripeta che solo la solitudine della notte può dare.
Bisogna staccare la spina dai polmoni artificiali a cui siamo attaccati tutto il giorno e mettere un passo dietro l’altro, a testa alta.
E’ proprio per questo che cerco di volta in volta di concedermi delle lunghe passeggiate, come ho fatto l’altra notte, sfruttando il placido freddo di questi giorni di Febbraio.

Ho sempre trovato non del tutto casuale l’associazione delle Porte di Milano a determinate città e Porta Venezia rispecchia meravigliosamente l’aria portuale, internazionale e ricca di misture e contrasti, tipica della Serenissima.
Oggi questo crogiolo di colori e culture la rende un luogo dove ogni notte chiacchierano al lato della strada uomini e donne di varie etnie, colore e religione.

Un grande classico sono i venditori di fiori, come quello che si trova a piazzale Loreto, instancabile e gentile, con il quale ho avuto una conversazione proprio all’inizio della mia camminata, per parlare di paesi lontani come lo Sri Lanka; ho sempre trovato meraviglioso imparare il senso di culture a noi poco note, direttamente dalle migliaia di lavoratori che ogni giorno ravvivano il quartiere.
Mi ha fatto ridere quando con aria sbarazzina mi ha detto, sul finire della conversazione, <<anche se San Valentino è passato, prendila una rosa, alla tua ragazza piacerà festeggiare due volte>>.
Come dire di no ad un sorriso: immaginerete il resto del mio racconto con dei fiori in mano.

Corso Buenos Aires diventa il vero e proprio porto di questo quartiere marittimo, una banchina lunghissima che collega la storia antica a quella moderna, Porta Venezia a Piazzale Loreto.
Durante la mia passeggiata ho potuto incrociare un fattorino intento a consegnare del cibo con la sua bicicletta arrugginita, ad un orario decisamente insolito, e intrattenendomi nel fare due chiacchiere sul suo lavoro notturno ho ottenuto una semplice risposta, incuneata in un ingenuo sorriso <<qualcuno questo lavoro lo dovrà pur fare no?>>. Poche parole, ma che tutto sommato mi han aperto gli occhi sulla fortuna che ho nel poter svolgere, seppur con tutte le difficoltà del caso, attività fantastiche, come scrivere questo articolo. La notte insegna quanto possa essere iniqua la vita e dovremmo tenerlo a mente anche per il giorno.
Andando più avanti il mio sguardo si è soffermato su una signora seduta ad un angolo della strada, una senzatetto, la cosa fantastica è stata quella di scorgerla molto concentrata nella lettura di riviste di moda ed architettura. Non ho osato interromperla, sembrava davvero che stesse studiando per un esame universitario nella biblioteca della Cattolica o del Politecnico, ma mi permetto di asserire che sicuramente la sua biblioteca -il cielo sopra Milano- non sia neanche lontanamente paragonabile a quelle odorose di compensato e merendine alle quali son stato abituato durante gli anni dell’università, è proprio il caso di dire che c’è chi è in grado di fare “di necessità virtù”.


Andando avanti nella mia passeggiata mi son soffermato dinanzi all’insegna eccentrica dell’Atomic Bar, purtroppo chiuso, ed ho iniziato ad immaginare la vita notturna delle rockstar transitate per il locale a partire dal 1995, a pensare a Nick Cave intento ad offrire una birra a due ragazze del civico 32 o a Joe Strummer con una sigaretta incuneata nel bordo delle labbra a suonare assieme a degli artisti di strada, proprio sul ciglio della via.
«Rock the Casbah»

Ritornando verso il Corso ho voluto costeggiare alcune delle chiese del quartiere, scivolando silenziosamente sul dorso della Parrocchia Ortodossa di San Nicola, caratterizzata dalle sue parvenze antiche e legate ad un mondo estraneo e lontano, dunque mi son fermato sulle panchine-giocattolo di un parchetto per bambini ad osservare da lontano il campanile della chiesa di San Gregorio Magno, così luminoso nel bel mezzo dell’oscurità, dominante.

Mi ha colpito la presenza quasi spettrale di un uomo affacciato alla finestra di uno dei palazzi degli uffici che ci sono lungo la via adiacente alla chiesa. Chissà quali scadenze avrà avuto da rispettare e chissà quante e quali cose da raccontare: “una notte solo in ufficio, una storia di fantasmi, soldi ed intrighi internazionali”.

Un classico delle mie passeggiate nella notte è sicuramente il Cin Cin, vero e proprio bar portuale, con il suo aspetto internazionale e ligneo, caratterizzato dai tavolini in strada quasi a far diventare il Corso Piazza San Marco.
La notte al Cin Cin è proprio come te la immagini, ci sono turisti, artisti appena usciti da un’appassionata nottata all’Elfo, netturbini che stanno per iniziare il duro lavoro, ragazze in erasmus, insonni vecchietti intenti a scaldarsi con un bicchiere di grappa e la compagnia del cane e, non ultimi, esploratori della notte come me.
<<Un caffè per cortesia>>, non penso di aver detto altro, poi mi son recato sul retro nella saletta in stile vecchia Italia e mi son messo a ripassare i miei appunti, sotto lo sguardo incuriosito di due innamorati, evidentemente in una delle primissime uscite.
Colto dalla paura di essere di troppo ho tolto il disturbo, lasciando la giusta privacy alle prime pomiciate dei due poco più che ventenni.

Queste non sono che alcune delle suggestioni che Porta Venezia può dare dopo il vespro, quando il caos si spegne lasciando spazio alla magia, alla nostalgia.

Per cui non posso che dire a te che leggi di non aver paura di essere un palombaro: indossa lo scafandro sotto forma di macchina fotografica, penna, matita o semplice fantasia e calati nella notte.


Andrea Boccia

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