Ricordare il passato come allerta per il presente

“There are no dangerous thougths; thinking itself is dangerous”, queste le parole di una grande donna, oltre che filosofa, autrice e figura storica del secolo scorso. Una grande testimonianza quella che Johanna Arendt ci ha lasciato con i suoi scritti e il suo pensiero, oggi più attuali che mai. In occasione della giornata della memoria, lo Spazio Oberdan propone un pregiato lavoro documentaristico sulla vita della filosofa tedesca: “Vita Activa, the spirit of Hannah Arendt”, di Ada Ushpiz.

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Johanna “Hannah” Arendt: tra pubblico e privato

La regista israeliana mostra la vita di una donna straordinaria, rivelando gli elementi più provocatori e controversi dell’opera e della vita privata della Arendt.

Tedesca di origini ebraiche, naturalizzata statunitense dopo la sua fuga dalla Germania, la ricordiamo in particolare per la sua analisi sulla natura del male e sulla sua <<banalità>>, applicandola all’ideologia nazista e ai totalitarismi.

La sua grande opera, pubblicata nel 1963 dal titolo “La banalità del male”, nasce in relazione al processo del criminale nazista Adolf Eichmann nel 1961, che la Arendt seguì come inviata del giornale The New Yorker. Tutti conosciamo la visione che l’autrice difende contro un pubblico a lei contemporaneo che l’ha criticata e fortemente osteggiata: tutti quegli uomini che sono stati coinvolti nel più orribile massacro della storia umana non erano dei mostri, dei demoni ma semplici uomini. Secondo l’autrice, tutti coloro che durante il regime nazista si sono macchiati di crimini contro l’umanità erano solo dei burocrati, come definisce lo stesso Eichmann, piccoli omuncoli che eseguivano ordini terrificati con una freddezza spaventosa: “I really thought Eichmann was a clown”.

Per questa sua personale visione della malvagità umana, la scrittrice è stata pesantemente attaccata e demonizzata, da un mondo ancora sconvolto e toccato dall’oscurità di un periodo storico che, a partire dalla stessa Germania, si è provato a dimenticare.

Prima del processo di Norimberga infatti dominavano con forza filoni negazionisti, incapaci di aprire gli occhi e accettare la realtà: nel documentario viene riportata una citazione della Arendt in cui spiega come molti, dopo la ricostruzione di quello che effettivamente era avvenuto in Europa, provassero vergogna per essere tedeschi, mentre secondo la sua opinione dovremmo vergognarci di essere human beings.

 

La vita privata della Arendt non è stata meno controversa, a partire dalla relazione giovanile con il filosofo Martin Heidegger, simpatizzante del regime nazista.

La pellicola offre dunque un ritratto intimo e straordinariamente documentato della sua vita privata e intellettuale, attraverso i luoghi dove ha vissuto, lavorato, amato e sofferto.

Filo conduttore del film è la voce della stessa Hanna Arendt, estrapolata dalle diverse documentazioni di cui si serve la regista, tramite cui si percorrono le tappe storiche dall’ascesa al potere di Hitler alla creazione di un piano scientificamente progettato per l’eliminazione del nemico nazionale: il popolo ebraico.

Una riflessione per comprendere il presente

Leggere, capire, ricordare. Noi non facciamo tutto questo perché la società ci impone di commemorare chi ha perso la vita nei drammatici eventi accaduti durante la seconda guerra mondiale: lo facciamo per le future generazioni, perché i prossimi nati non avranno la fortuna di confrontarsi con gli ultimi superstiti, sopravvissuti ad una tragedia storica senza precedenti. Il rischio è quello di dimenticare, minimizzare e sottovalutare, sottoponendo il presente agli stessi errori del passato.

Dal 1al 9 febbraio potrete assistere alla proiezione del documentario allo Spazio Oberdan, in versione originale con i sottotitoli in lingua italiana.

Qui il link al programma per scegliere i giorni e l’orario.

Buona visione!

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