#stateascoltando Muji

Per chi ama la scrittura è sempre difficile ammettere di non trovare le parole adatte per descrivere qualcosa; tuttavia a volte può accadere, ad esempio quando si deve parlare di un posto come Muji, che non ha certo bisogno di introduzioni. Non so se l’abbiate mai provata, ma è una sensazione strana: da un lato la testa suggerisce un’enormità di cose da dire, mentre, dall’altro, le mani si bloccano sui tasti e il cursore continua a fissarvi lampeggiando. Probabilmente è la stessa sensazione che si prova quando si ha fra le mani un diamante pregiato, oppure quando un artista di cui conoscete a menadito ogni opera vi stupisce con qualcosa al di fuori dei suoi canoni tradizionali. Per molti aspetti, infatti, Muji non ha nulla di tradizionale per gli standard occidentali, a partire dal nome (contrazione dell’espressione Mujirushi Ryōhin, traducibile in italiano come “buoni prodotti senza marchio”), che esprime la filosofia commerciale poco appariscente dei negozi del gruppo. Così come senza marchio, ma di ottima qualità sono le musiche che vi avvolgono entrando da Muji, ma delle quali parlerò in seguito.

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D’altra parte, Muji non è altro che un piccolo diamante pregiato in mezzo a corso Buenos Aires e questo lo si intuisce già da fuori: la singola vetrina (una sorta di “punta dell’iceberg”, data invece la vastità del negozio all’interno) non “grida a squarciagola”, ma se ne sta in disparte, quasi invisibile e quindi sta a voi scoprirla e lasciarvi trascinare all’interno. Una volta dentro, però, risulta difficile non essere trasportati dall’atmosfera, che altro non è se non il riflesso dello stile di vita che Muji si propone di diffondere: uno stile di vita rispettoso dell’ambiente e che mira a portare un senso di calma nella caotica vita quotidiana. Obiettivo questo che viene raggiunto già durante lo shopping, prima ancora che il cliente abbia deciso di portare a casa qualche oggetto del negozio. Mentre girate all’interno di Muji, infatti, un sapiente mix di profumazioni naturali e musiche dolci vi accompagna e vi culla tra gli scaffali, dove prodotti per la cucina provenienti dalla Cina, dal Giappone o dalla Cambogia si affiancano a libri di autori occidentali, fondendosi in un ambiente a tratti volutamente domestico.

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Come dicevo poco fa, poi, la colonna sonora è parte integrante di quest’atmosfera e, nonostante risulti difficile trovare un filo conduttore nella sequenza delle canzoni (vi può capitare di sentire, nel giro di pochi minuti, delle sonorità tipicamente asiatiche seguite da brani più folk rock), il risultato finale è ottimo e si sposa perfettamente con l’ambiente, tanto da creare quasi un “sottogenere Muji”, come dimostrano le diverse playlist dal nome “Muji soundtrack” che si possono trovare in rete.  Avete mai deciso di prendervi una pausa dal mondo, sdraiandovi sul letto ad occhi chiusi e mettendo su un album dalle sonorità delicate e avvolgenti? Ecco, da Muji è difficile trattenersi dal fare altrettanto (ma mi raccomando, resistete!). Tuttavia, visto che siete arrivati alla fine di questo pezzo, voglio farvi un regalo: collegate il vostro dispositivo alle casse di camera vostra, mettetevi sul letto, chiudete gli occhi e fate partire questa playlist, così da trovarvi catapultati in pochi minuti in quel piccolo angolo di pace, nel bel mezzo del caos di corso Buenos Aires, chiamato Muji.


Alessio Bilardo

Foto profilo

Studente da ormai troppo tempo e lavoratore part-time per necessità, amo la scrittura a tal punto da rifiutare sdegnato l’aiuto dell’autocorrettore del telefono quando scrivo messaggi. Parlare di Porta Venezia per me è come tornare a casa, dopo gli anni adolescenziali vissuti in esilio nella periferia sud di Milano. Nei miei pezzi aspettatevi riferimenti musicali in ogni dove: quando le mie dita non scorrono sulla tastiera del PC, lo fanno sul manico della chitarra (ma sto sempre ben attento che non ci sia nessuno in ascolto).

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